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Analisi della bellezza mette in scena la tensione fra due sistemi estetici solo apparentemente inconciliabili – il barocco e il minimalismo – esplorandone i cortocircuiti e le possibili convergenze creative. La ricerca attraversa la forma e la sua disgregazione, il corpo come luogo di ascolto e trasformazione, l’ibridazione di codici e frequenze percettive, il conflitto costante tra ordine e caos, struttura e rottura.

La performance, creata insieme ai partecipanti al workshop realizzato nei tre giorni precedenti, apre uno spazio di sperimentazione collettiva in cui la ricerca di OPERABIANCO si intreccia con corpi e sensibilità plurali.

Workshop e performance si sviluppano all’interno della residenza artistica svolta presso Teatro Akropolis, in cui OPERABIANCO approfondisce uno dei nuclei centrali del proprio linguaggio coreografico: il dialogo con la storia della pittura, della rappresentazione e della rappresentazione della morte. Tornando alle origini del tableau vivant come territorio di indagine sull’anatomia e sull’immagine, la ricerca si confronta con riferimenti quali Bill Viola, Susan Sontag, Sergej Paradžanov e Francisco Goya, intrecciando visione, corporeità e memoria in una riflessione radicale sullo sguardo e sul tempo.

 

Ideazione, coreografia regia Marta Bichisao, Vincenzo Schino | Performer Marta Bichisao, Luca Piomponi e le studentesse del liceo coreutico Piero Gobetti di Genova | Produzione PinDoc, OPERABIANCO

 

OPERABIANCO è un gruppo di ricerca artistica fondato da Marta Bichisao, danzatrice e coreografa, e Vincenzo Schino, regista e artista visivo. Dal 2006 sceglie l’universo teatrale come spazio privilegiato di esplorazione, attraversando linguaggi differenti che intrecciano danza, performing art, arti visive e video. Operando in spazi teatrali e non convenzionali, OPERABIANCO costruisce una scena aperta a drammaturgie complesse, dando vita a esperienze immersive che mettono in discussione le modalità consuete di fruizione e invitano il pubblico ad assumere posture e punti di vista alternativi. La ricerca indaga la dialettica tra comico e tragico nel rapporto tra performer e scena, tra l’umano e l’universo che lo circonda. La cultura cinematografica attraversa la visione artistica del gruppo, traducendosi in un continuo slittamento tra primo piano e campo lungo, tra ritratto e paesaggio, come dispositivi di composizione dello sguardo e dell’esperienza.

 

In residenza a Teatro Akropolis ad aprile 2026. 

Ph. Sydney Mexea

DIARIO DI BORDO

Dopo l’anteprima di Trickster del 2025, OPERABIANCO è tornato a Teatro Akropolis per continuare il suo percorso di ricerca coreografica, che, in questa fase embrionale, prende il nome di Analisi della bellezza. Il lavoro nasce da un’esigenza politica e poetica imminente: ridare dignità e significato alle immagini che abitano la nostra quotidianità. Siamo costantemente bombardati da rappresentazioni di dolore, morte e distruzione; un surplus visivo, un “barocco della realtà” che ci ha assuefatti al punto da renderci impermeabili all’orrore. I media ci infestano con istantanee di catastrofe che sono, intrinsecamente, immagini “morte”, fisse, statiche, capaci solo di instillare una paura che blocca il pensiero e l’azione. 

Da qui, dunque, OPERABIANCO rivendica la necessità di immagini vive, trasformative, capaci di rimetterci in movimento, con l’obiettivo di partire dalla parte più bassa e violenta dell’umano per trasfigurarla in leggerezza e lievitazione. Il gruppo di ricerca riparte dalle basi del linguaggio, mettendo in moto un dialogo tra danza e storia dell’arte, attraverso il dispositivo del tableau vivant. In modo quasi scientifico, lo studio esplora nuove possibilità estetiche ponendosi il problema della composizione del tragico e dell’evocazione della catastrofe.

Alla restituzione pubblica della residenza ad Akropolis, sono state le linee e i movimenti delle studentesse del Liceo Coreutico Gobetti a dare forma a questa indagine. Sul palco, lo spettatore assiste alla genesi stessa del dramma: la costruzione della violenza avviene sotto i suoi occhi, svelata nella sua dimensione tecnica, nell’incastro preciso dei pezzi, in un approccio quasi pedagogico del fare per disfare. Le giovani performer si muovono coordinate, si raggruppano e si dividono, camminano all’unisono per poi divergere; compongono architetture con delle aste e subito dopo le scompongono, in un ciclo continuo del “ricominciare da zero” necessario a capire e studiare la struttura del caos.

È proprio in questa scomposizione che si compie il fulcro concettuale del lavoro. Il caos visivo della realtà viene filtrato attraverso la sottrazione del minimalismo: le linee si fanno pulite, i movimenti assumono una lentezza scientifica e i corpi ordinati disinnescano l’orrore. Quando la tensione della composizione tocca il culmine, tutte le forze si riuniscono per compiere un gesto di leggera lievitazione: sollevare un corpo, che, scopriamo essere, vivo.

Il movimento si propaga allora come un’onda, una spirale barocca che genera l’azione, la fissa e la ripulisce, per poi spazzarla via un istante dopo. In questo passaggio dal tripudio delle forme alla fissità minimalista dell’immagine, il disastro viene finalmente rappresentato, legittimato e restituito alla sua dignità originaria, per poi essere lavato via dalla scia dell’impatto con il ritorno al movimento fluente.

Attraverso questo rigoroso esercizio, OPERABIANCO dimostra che persino le immagini più violente, se sezionate e comprese nella loro struttura, possono perdere il loro peso mortale per acquisire vitalità e forza motrice, trasformatività.

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