Con la fine dell’estate, il concerto è un progetto performativo ispirato a È solo la fine del mondo di Jean-Luc Lagarce. Un primo studio come mise en lecture, che trasforma il testo teatrale in un’esperienza sonora e polifonica, costruita come l’ultimo concerto di un cantante, l’addio al suo pubblico.
Di e con Bernardo Casertano
Bernardo Casertano attore e regista nato a Caserta, si diploma presso l’Accademia Teatro Azione di Roma. Si forma e lavora: Odin Teatret di Eugenio Barba, compagnia Dynamis, Giancarlo Sepe, Danio Manfredini, Roberto Latini, Ilaria Drago, Anton Milenin, Sabino Civilleri, Manuela Lo Sicco (compagnia Sud Costa occidentale di Emma Dante), Roberto Castello, Muta Imago, Kevin Crawford (Roy Hart Theatre), Jean Paul Denizon, Francesco Villano. Dirige e interpreta “Dino” -da “Il re del plagio” di Fabre- al Festival “Testimonianze ricerca azioni” Teatro Akropolis di Genova, all’International Theatre Forum “Alter Ego” Sofia (Bulgaria), primo lavoro di una trilogia sulla “Condizione umana”; seguirà “Caligola-Assolo.1”, dal “Caligola” di Camus con cui apre il Festival Todi Off e il Festival Opera Prima a Rovigo, vincendo “IN METAMORFOSI – Residenze per la ricerca teatrale 2019”. Charta è l’ultimo tassello che completa la trilogia, da Affabulazione di Pasolini e Pinocchio di Collodi nella trasposizione di Carmelo Bene, metafora farsesca sulla genitorialità. E’ vincitore del bando cura 2024 con il progetto “Che buffi saremo se non ci avranno nemmeno avvisati” sostenuto da Elsinor produzioni teatrali/Teatro Cantiere Florida , Teatro Akropolis, Fortezza Est.
Ph. Sydney Mexea
DIARIO DI BORDO | Residenze 2025 a cura di Letizia Chiarlone (Oca Critica)
Dopo redrum, gruppo nanou si confronta nuovamente con l’immaginario cinematografico in Camera 2046, all’interno di una riflessione più ampia, una trilogia per l’esattezza, che porta il titolo di Overlook Hotel, sulla scia dell’opera di Stephen King. Camera 2046 contiene in sé, sublimato in forma citazionistica, un riferimento al film di Wong Kar-wai, In the mood for love, e alla stanza d’hotel dove i due protagonisti si incontrano.
Dal soffitto pende un telo la cui massa si addensa sul tappeto nero come una cascata argentea. In sottofondo, un crepitio che ricorda il rumore della legna quando viene mangiata dalle fiamme o il rumore statico di un vinile che ha finito di girare. Marina Bertoni sbuca di lato, dall’oscurità che la inghiottiva, prendendo forma sotto il fascio di luci che si fanno prima calde, poi fredde, una figura in gonna e calzini bianchi. I follow you, canzone di Lykke Li, risuona distorta nell’aria, mentre la performer si avvinghia al telo, lo trascina, finendo per esserne inglobata, come una crisalide racchiusa nel suo bozzolo.
You’re my river running high
Avvolta nelle spire di questo serpente di tessuto, si dimena, cerca di sfuggirvi, pur ritrovandosi ad affondare nelle sue pieghe.
Run deep, run wild
Tanto arioso e leggero appare quel velo, quanto pesante e soffocante nel modo in cui si attorciglia intorno a Marina, che lo muove, lo sposta, lo tira su e lo spinge giù. L’ambiente al tempo stesso accogliente ed estraneo della camera d’albergo crea uno spazio liminale con cui il corpo della danzatrice si pone in un rapporto di riflessione, creando un’apertura al di là di ciò che viene catturato dallo sguardo. In quel buio dove la performer scompare a tratti, si allude a una realtà altra, irraggiungibile ma esplorabile, come in un quadro di Hopper. Le ombre si allungano, si fondono l’una con l’altra, si sgranano, e così la figura di Marina, che risulta impossibile mettere a fuoco per più di qualche attimo. Il corpo si disfa e, nel momento in cui viene avvolto dal telo, i suoi contorni si sfaldano, si riversano in quel mare argenteo dove risulta quasi impossibile distinguere tra la persona e l’elemento scenografico.
La defocalizzazione si combina alla centralizzazione sfasata, che vede l’oggetto chiave della performance, il telo, spostato interamente sul lato sinistro dello spazio, girato di novanta gradi. Sfidando i limiti spaziali e temporali della scatola scenica e della fruizione frontale, gruppo nanou spinge lo spettatore a completare con la sua immaginazione quelle suggestioni che ha potuto soltanto spiare dal buco della serratura della Camera 2046.
