Due entità sospese abitano un tempo senza direzione, resti di ciò che erano e possibilità di ciò che potrebbero diventare. I corpi attraversano cicli di trasformazione continua, tra immobilità apparente e mutamento costante. Sky Castaways esplora il naufragio come condizione esistenziale, costruendo un universo poetico diretto ed evocativo, capace di entrare in risonanza con lo sguardo di chi osserva.
Sky Castaways si sviluppa all’interno della residenza artistica svolta a Teatro Akropolis nelle settimane precedenti la messa in scena. Durante la residenza Romano e Incarbone hanno tenuto un laboratorio insieme a un gruppo di adolescenti del territorio, pensato come momento di incontro, scambio e condivisione dei processi creativi. Il laboratorio ha offerto ai partecipanti l’opportunità di avvicinarsi ai linguaggi della danza contemporanea e della performance, entrando in relazione diretta con le pratiche di lavoro degli artisti e con i temi dello spettacolo, rafforzando il legame tra creazione artistica, formazione e comunità.
[…] E ci
incontreremo oltre le
differenze invincibili,
sabbie, rocce, anni,
ormai soli, nuotatori
celesti, naufraghi dei
cieli.
– Pedro Salinas, La voce a te dovuta –
Concept e coreografia Ilenia Romano | Collaborazione al movimento e interpreti Michael Incarbone, Ilenia Romano | Collaborazione drammaturgica Roberta Nicolai | Luce Leonardo Badalassi | Produzione PinDoc | Con il sostegno di Toscana Terra Accogliente – Residenza artistica spazioK.Kinkaleri Centro di Residenza Regionale, Versiliadanza, Associazione Sosta Palmizi | Con il contributo di Fabbrica Europa
Ilenia Romano è danzatrice e coreografa, laureata con lode presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Esordisce come interprete nella Compagnia dell’AND, confrontandosi con il lavoro di P. Bausch, C. Morganti, J. Godani, W. McGregor, I. Ivo, R. Orlin. Danza per Les gens d’Uterpan, M. Van Hoecke, DEOS/G. Di Cicco. È danzatrice e assistente per Compagnia Zappalà Danza, R. Castello, Adriana Borriello. Dal 2015 al 2019 è coreografa associata a Scenario Pubblico/CZD. Dal 2019 è tra i coreografi del progetto Crossing the Sea (Hong Kong 2019 e Ramallah 2022). È coreografa per la CZD2 (2020), per il Teatro Stabile di Catania (2020/21) e per il Teatro Nazionale di Genova (2022/23). Insegna ai corsi propedeutici dell’Accademia Nazionale di Danza (2022) e per la stessa è coreografa nel 2024 (Progetto Resid’AND). Dal 2023 è artista prodotta da PinDoc.
Ph. Sydney Mexea
DIARIO DI BORDO | Residenze 2025 a cura di Letizia Chiarlone (Oca Critica)
Dopo redrum, gruppo nanou si confronta nuovamente con l’immaginario cinematografico in Camera 2046, all’interno di una riflessione più ampia, una trilogia per l’esattezza, che porta il titolo di Overlook Hotel, sulla scia dell’opera di Stephen King. Camera 2046 contiene in sé, sublimato in forma citazionistica, un riferimento al film di Wong Kar-wai, In the mood for love, e alla stanza d’hotel dove i due protagonisti si incontrano.
Dal soffitto pende un telo la cui massa si addensa sul tappeto nero come una cascata argentea. In sottofondo, un crepitio che ricorda il rumore della legna quando viene mangiata dalle fiamme o il rumore statico di un vinile che ha finito di girare. Marina Bertoni sbuca di lato, dall’oscurità che la inghiottiva, prendendo forma sotto il fascio di luci che si fanno prima calde, poi fredde, una figura in gonna e calzini bianchi. I follow you, canzone di Lykke Li, risuona distorta nell’aria, mentre la performer si avvinghia al telo, lo trascina, finendo per esserne inglobata, come una crisalide racchiusa nel suo bozzolo.
You’re my river running high
Avvolta nelle spire di questo serpente di tessuto, si dimena, cerca di sfuggirvi, pur ritrovandosi ad affondare nelle sue pieghe.
Run deep, run wild
Tanto arioso e leggero appare quel velo, quanto pesante e soffocante nel modo in cui si attorciglia intorno a Marina, che lo muove, lo sposta, lo tira su e lo spinge giù. L’ambiente al tempo stesso accogliente ed estraneo della camera d’albergo crea uno spazio liminale con cui il corpo della danzatrice si pone in un rapporto di riflessione, creando un’apertura al di là di ciò che viene catturato dallo sguardo. In quel buio dove la performer scompare a tratti, si allude a una realtà altra, irraggiungibile ma esplorabile, come in un quadro di Hopper. Le ombre si allungano, si fondono l’una con l’altra, si sgranano, e così la figura di Marina, che risulta impossibile mettere a fuoco per più di qualche attimo. Il corpo si disfa e, nel momento in cui viene avvolto dal telo, i suoi contorni si sfaldano, si riversano in quel mare argenteo dove risulta quasi impossibile distinguere tra la persona e l’elemento scenografico.
La defocalizzazione si combina alla centralizzazione sfasata, che vede l’oggetto chiave della performance, il telo, spostato interamente sul lato sinistro dello spazio, girato di novanta gradi. Sfidando i limiti spaziali e temporali della scatola scenica e della fruizione frontale, gruppo nanou spinge lo spettatore a completare con la sua immaginazione quelle suggestioni che ha potuto soltanto spiare dal buco della serratura della Camera 2046.
