pathosmells è una nuova fase del progetto di ricerca coreografica ELP, ideata da Paola Bianchi, che esplora il ruolo dell’olfatto come esperienza sensoriale, emotiva e performativa. Gli odori hanno un impatto profondo sull’esperienza umana: possono evocare ricordi, plasmare emozioni, influenzare comportamenti e persino riattivare memorie corporee nascoste. Allo stesso tempo, hanno la capacità di sostenere o sovvertire norme sociali, evocare traumi o provocare reazioni viscerali, muovendosi tra l’intimo, l’intersoggettivo e il collettivo.
A differenza di luce e suono, l’olfatto agisce tramite particelle fisiche che, penetrando nel cervello, si associano direttamente a emozioni e memoria, rendendo gli odori strumenti unici di conoscenza e di trasformazione corporea.
In pathosmells, questa indagine si traduce in: archivi olfattivi, costruiti attraverso interviste e raccolta di esperienze sensoriali; un solo di danza di Paola Bianchi, ispirato dalle memorie e dalle reazioni corporee evocate dagli odori.
Il progetto si sviluppa in collaborazione con OLFAC, iniziativa europea transdisciplinare che unisce arti, studi culturali e dei media, antropologia, psicologia, neurobiologia e chimica, con l’obiettivo di elaborare una teoria della performatività olfattiva e ridefinire il ruolo dell’olfatto nella percezione, nella memoria e nell’azione estetica.
La prima fase di ricerca ha coinvolto un gruppo eterogeneo di partecipanti tramite contatti online e interviste in presenza durante le residenze presso la University of Arts di Linz (2025) e il Teatro Akropolis (2026). pathosmells invita spettatori e partecipanti a sperimentare l’olfatto come linguaggio e strumento, anche politico e sovversivo, di relazione tra corpo, memoria e spazio.
Concept Paola Bianchi, Stefano Murgia | Coreografia e danza Paola Bianchi | Suono Stefano Murgia | Residenze ERC project OLFAC – Olfactormativity, Exploring The Intervening Performativity Of Smell, University of Arts Linz | Produzione PinDoc | Con il contributo di MIC, Regione Sicilia
Paola Bianchi è una delle figure più rilevanti della danza contemporanea italiana. Coreografa, performer e teorica, dal 1989 sviluppa una ricerca rigorosa sul corpo come archivio di memoria, storia e relazione. Ha presentato i suoi lavori in festival e teatri nazionali e internazionali (Fabbrica Europa, Biennale Danza, Santarcangelo, Festival Equilibrio, Théâtre de la Ville). La sua pratica unisce radicalità formale e profondità teorica, con una metodologia dichiaratamente transdisciplinare che integra contributi da antropologia, psicologia, neuroscienze, estetica, studi culturali e pratiche somatiche. Vincitrice del Premio Rete Critica 9¾, Bianchi è considerata una delle voci più autorevoli della ricerca coreografica italiana.
In residenza a Teatro Akropolis a marzo 2026.
Ph. Luca Donatiello
DIARIO DI BORDO | Residenze 2025 a cura di Letizia Chiarlone (Oca Critica)
Dopo redrum, gruppo nanou si confronta nuovamente con l’immaginario cinematografico in Camera 2046, all’interno di una riflessione più ampia, una trilogia per l’esattezza, che porta il titolo di Overlook Hotel, sulla scia dell’opera di Stephen King. Camera 2046 contiene in sé, sublimato in forma citazionistica, un riferimento al film di Wong Kar-wai, In the mood for love, e alla stanza d’hotel dove i due protagonisti si incontrano.
Dal soffitto pende un telo la cui massa si addensa sul tappeto nero come una cascata argentea. In sottofondo, un crepitio che ricorda il rumore della legna quando viene mangiata dalle fiamme o il rumore statico di un vinile che ha finito di girare. Marina Bertoni sbuca di lato, dall’oscurità che la inghiottiva, prendendo forma sotto il fascio di luci che si fanno prima calde, poi fredde, una figura in gonna e calzini bianchi. I follow you, canzone di Lykke Li, risuona distorta nell’aria, mentre la performer si avvinghia al telo, lo trascina, finendo per esserne inglobata, come una crisalide racchiusa nel suo bozzolo.
You’re my river running high
Avvolta nelle spire di questo serpente di tessuto, si dimena, cerca di sfuggirvi, pur ritrovandosi ad affondare nelle sue pieghe.
Run deep, run wild
Tanto arioso e leggero appare quel velo, quanto pesante e soffocante nel modo in cui si attorciglia intorno a Marina, che lo muove, lo sposta, lo tira su e lo spinge giù. L’ambiente al tempo stesso accogliente ed estraneo della camera d’albergo crea uno spazio liminale con cui il corpo della danzatrice si pone in un rapporto di riflessione, creando un’apertura al di là di ciò che viene catturato dallo sguardo. In quel buio dove la performer scompare a tratti, si allude a una realtà altra, irraggiungibile ma esplorabile, come in un quadro di Hopper. Le ombre si allungano, si fondono l’una con l’altra, si sgranano, e così la figura di Marina, che risulta impossibile mettere a fuoco per più di qualche attimo. Il corpo si disfa e, nel momento in cui viene avvolto dal telo, i suoi contorni si sfaldano, si riversano in quel mare argenteo dove risulta quasi impossibile distinguere tra la persona e l’elemento scenografico.
La defocalizzazione si combina alla centralizzazione sfasata, che vede l’oggetto chiave della performance, il telo, spostato interamente sul lato sinistro dello spazio, girato di novanta gradi. Sfidando i limiti spaziali e temporali della scatola scenica e della fruizione frontale, gruppo nanou spinge lo spettatore a completare con la sua immaginazione quelle suggestioni che ha potuto soltanto spiare dal buco della serratura della Camera 2046.
